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Nel romanzo Artemisia, di Anna Banti, ho letto:

Violante, saputa, adulatrice che vuol essere adulata, mi mostrava certi suoi impiastri di convento, certi santini divoti, lei che rideva di tutto: voleva elogi, umiliandosi falsamente.

Quella che dice queste parole è la pittrice Artemisia Gentileschi, quindi l'espressione "impiastri di convento" potrebbe avere qualcosa a che vedere con la pittura. La stessa Artemisia spiega un poco prima di questa Violante e altre donne di Firenze:

tutte mi suplicavano di insegnar loro la pittura e il disegno, ma in segreto.

Sapreste spiegarmi il significato di "impiastri di convento" nel brano precedente? Si riferisce forse all'accezione 2.b del vocabolario Treccani, cioè a un "lavoro mal fatto, mal riuscito" che sarebbero questi "santini divoti" menzionati nel testo?

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Credo che quello citato sia proprio il significato dell'espressione in oggetto. Il termine "impiastro" viene utilizzato come sinonimo di pasticcio, pastrocchio.

Violante, in cerca di elogi, mostra queste opere indegne di soggetto religioso ad Artemisia, inconsapevole dello scarso valore del suo lavoro: quel che ne riceve, però, è null'altro che biasimo da parte della pittrice, che vede in questi «santini divoti» solo un'accozzaglia di colori e forme.


Della stessa radice di impiastro è il verbo impiastrare (o anche impiastricciare):

Spalmare, o anche insudiciare, imbrattare, con materia untuosa o vischiosa [...] Spreg.: i. la tela, di pittore che distende male i colori (anche i. i colori); i. i fogli, le carte, con riferimento a cattivo scrittore.

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