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Nel romanzo La malora, di Beppe Fenoglio, ho letto:

      Era contenta anche lei, e adesso sarei stato una vera bestia se mi mettevo a cabalizzare sul motivo della sua contentezza. Le dissi adagio: – Ci sono delle schiavenze in giro da prendere.

Sapreste spiegarmi cos'è una "schiavenza"? Non ho trovato questo vocabolo in nessun dizionario. Si tratta di un termine di origine piemontese?

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  • Cercando su Google schiavenze (e non schiavenza) ho trovato questo: dizionario-italiano.it/… Jul 26 '18 at 7:51
  • Grazie, @Vincenzo: cercando "schiavanderia" ho trovato questo documento con un'interessante spiegazione alla pagina 130.
    – Charo
    Jul 26 '18 at 8:07
  • Splendido! (comunque, mi raccomando, è Vincenzo 😁) Jul 26 '18 at 8:15
  • @VincenzoOliva: Ho corretto il mio commento precedente.
    – Charo
    Jul 26 '18 at 8:18
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Nel documento CARATTERI ECONOMICO-AGRARI DEI COMPARTIMENTI - FIGURE - POSIZIONI E VOCI PROFESSIONALI AGRICOLE redatto da ISTITUTO CENTRALE DI STATISTICA DEL REGNO D'ITALIA - VIII CENSIMENTO GENERALE DELLA POPOLAZIONE 21 APRILE 1936~XIV ho trovato:

Nelle province di Cuneo e di Torino, non sono rari i contratti di quasi-affitto, nell'Alessandrino è frequente la schiavenza a compartecipazione, nella pianura di Saluzzo la boaria a dar tutto e a paghe.

Inoltre vengono elencate le principali figure agricole specifiche nelle varie province piemontesi.

È quindi una sorta di contratto agricolo con per cui coltivando una porzione di terreno vengono dati in cambio denaro ed anche beni alimentari.

Come fatto notare da @VincenzoOliva su un dizionario italiano per schiavenze:

1 storia variante meno comune di schiavanderia

2 storia podere affidato a uno schiavandaro

dove per schiavandaro si intende:

nel passato, coltivatore di un fondo alle dirette dipendenze di un proprietario, dal quale riceveva in cambio l'abitazione e una remunerazione in denaro o in natura

Più avanti nel testo si trova un passaggio in cui lo stesso protagonista cercava informazioni su questa particolare modalità di contratto:

Pensavo solo per me e Fede, e appena avevo un’ora libera correvo all’osteria di Manera dove c’era sempre un certo traffico di gente e cercavo di sapere il più possibile sulle schiavenze; n’avrò sentiti una dozzina, i più pratici, e tutti mi dissero la stessa cosa: per un anno davano cento lire, un quintale di meliga e una brenta di vino. Un affare come i galeotti, ma niente mi spaventava e non avrei fatto smorfie neanche per il posto, al momento buono avrei accettato magari una schiavenza sotto le rocche di Cissone.

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